Curitiba appartiene allo Stato di Paraná, facente parte della regione meridionale del Brasile. A livello geografico è piuttosto interessante, poiché rappresenta una delle città più estese dell’area, popolata da quasi 2 milioni di abitanti, e, al contrario di quanto accade nei grandi centri, parecchio inquinati e grigi, viene denominata anche “capitale ecologica del Brasile”.
I quartieri dispongono di estese aree verdi che trasmettono un aspetto di distensione e rilassatezza agli occhi che le guardano. All’interno della città, si annoverano una trentina tra parchi curatissimi e boschi invece più selvaggi, che la popolazione vive e sfrutta in modo consapevole e responsabile. In alcuni parchi ho visto tracciati appositi percorsi per fare lunghe passeggiate o praticare sport come jogging e mountain-bike, mentre altri possiedono infrastrutture con chioschi, baretti, barbecue e bancarelle. Si scorgono spesso laghetti che, a volte, sono navigabili con barchette, canoe o romantici cigni di plastica. Tra i parchi che mi sono piaciuti di più c’è il “Parque Barigüi”, il maggiore tra tutti, dove convivono molte specie interessanti di volatili, come il tico-tico (un tipo di passero) e il sabiá (il tordo). Esiste anche un giardino botanico di una certa peculiarità, poiché ospita innumerevoli specie vegetali della prossima foresta amazzonica.

È così che le infrastrutture architettoniche acquisiscono un tono più fascinoso e intenso inserite in questo contesto vegetativo di ampio respiro. Prima tra tutte è l’“Opera de Arame”, una struttura composta da tubi di filo di ferro e superfici trasparenti, che funge da teatro per spettacoli di vario genere. È immersa in un’area verde che accoglie laghetti e cascate. L’area di “Las Pedreiras”, luogo rinomato per l’organizzazione di eventi e concerti di livello mondiale, è situata in un polmone verde della città. Curitiba mi è parsa viva nella sua originalità ed estrosità anche a livello sociale. Il fine settimana una graziosa “ferinha de artesanato” ospita artisti di ogni genere che vendono oggetti costruiti grazie alla loro inventiva e fantasia. La “rua 24 horas” è una via sempre aperta per lo shopping e il divertimento.

Oltre a tale ostentazione di bellezze naturali e artificiali, ciò che mi ha lasciato un ricordo tanto vivo sono alcuni singolari aspetti culturali, soprattutto per quanto concerne la nostra cultura italiana e, ancor di più, veneta. Entrare nel quartiere di Santa Felicidade dà la sensazione di essere tornati a casa. È qui dove, nel 1878, sono arrivati i primi italiani, con precisione i primi veneti. Rappresenta ora la “Little Italy” dei curitibani, specialmente quelli dal sangue italiano. Si nota subito dalle costruzioni delle case e degli edifici, che hanno impregnato lo stile veneto del dopoguerra, quelle case dal gusto tipicamente nostrano, che vediamo su qualche stinta fotografia risalente all’epoca in cui i nostri bisnonni erano giovani lavoratori della terra. Esistono alcune case, protette a livello culturale e artistico come patrimonio dell’umanità dall'UNESCO, che possiedono la loro etichetta, un nome totalmente italiano, tra cui la “Casa dei Gerani”, la “Casa dei Pannelli”, la “Casa degli Archi” e la “Casa Culpi”.

Proprio quest’ultima, è così “nostra”! In onore a Pedrinho Culpi, estremo difensore della cultura veneta, la casa è nata grazie a un’iniziativa di Luigi Lovato, un grande incentivatore dei vicentini in Brasile, al fine di preservare le tradizioni dallo spirito autentiche e dal sapore genuino della “Velha Bota” (Vecchio Stivale). Il circolo appartiene a una sezione dell'ente “Vicentini nel Mondo”, società apolitica, filantropica e senza fini di lucro, aperta a tutti i discendenti italiani e ai suoi residenti. Si tratta di uno dei numerosi circoli che formano il vasto circuito mondiale dei “Veneti nel mondo”. Inoltre, in collaborazione con il consolato italiano, è organizzatore di corsi di lingua e cultura italiana. Al suo interno esiste infatti una piccola scuola di lingue dove si insegna l’italiano a grandi e ragazzini: sono insegnamenti di base linguistica con accorti collegamenti al dialetto e alla cultura veneti. Ogni sabato, per esempio, i bambini vengono avvicinati alla cultura veneta tramite i proverbi e le canzoni dei loro nonni. Vengono poi organizzate attività di tipo socio-culturale, quali incontri eno-gastronomici educativi e serate musicali ispirate alla Bella Italia. Si esercitano dei cori ispirati ai quartetti folcloristici e gruppi corali di un tempo, che si esibiscono allegramente durante le serate, accompagnati da danze tipiche venete, dove ballerini e ballerine curano ai minimi dettagli il loro vestiario, rifacendosi assolutamente allo stile dell'epoca. Durante tutto l’arco dell’anno, vengono celebrati eventi sulla tradizione italiana. In estate organizzano persino la sagra e il “Festival dei gruppi folcloristici”, mentre in inverno preparano l’“Incontro dei cori” e la “Festa dei nonni” (da notare, denominati “nonnos”, parola italiana con terminazione portoghese!), in cui si celebra la messa in dialetto veneto.

Oltre a ciò, nei dintorni di questo tipico quartiere, si vedono infiniti ristoranti di cucina impeccabilmente veneta. Alcuni sono ricostruiti su base prettamente nostrana, come quello che riproduce il castello di Marostica, vantando la miglior cucina della città, mentre altri contengono più di 1000 posti a sedere. Quello che mi ha colpito di più è il “Ristorante Madalosso”, che conta quasi 8000 coperti ed è stato citato per questo nel “Guinness dei Primati”. In tutti, comunque, non mancano menù che propongono polenta abbinata a salumi e formaggi, il tutto annaffiato da eccellente vino e grappa digestiva. Oltre ai ristoranti, infatti, ho scorto svariate case vinicole, cantine, osterie.
Tutto ciò non era, però, come spesso accade nei luoghi dove si tende a ricostruire un angolo nostalgico di un altro paese, isolato, freddo o artificiale. Altrochè, andava d’amore e d’accordo con l’attitudine e il temperamento dei suoi abitanti. L’accoglienza, perciò, risultava proprio come la si può immaginare: la gente mi ospitava nelle proprie case per farmi assaporare le loro (o nostre?) specialità, per conoscere “la italiana de la Italia”, per scatenarsi con le domande più strane, interessandosi per esempio a come funzionano le faccende quaggiù, per narrare i ricordi più intimi di un’infanzia piuttosto inzuppata nell’italianità delle loro famiglie. Mi vergogno un po’ a dirlo, ma, miei cari compatrioti, mi sono sentita a casa, casa mia. Mi sono emozionata, sentivo un tepore che scioglieva i problemi, le pesantezze che impicciano spesso la mia testa, arrivava amore attorno a me, percepivo genuinità, semplicità, quella purezza intelligente che gli sguardi non riescono a celare, e che comunicano molto più di mille discorsi infiniti. È che, questo non l’ho sentito al mio ritorno in Italia, forse perché le nostre menti, troppo impegnate a sbrogliare la matassa in cui viviamo, a trovare l’uscita del nostro labirinto incantato, pesanti e appesantite, non hanno più spazio, credo neanche la predisposizione, forse l’interesse, verso ciò che conduce a un rapporto con gli altri fine a se stesso, troppo ingorde ad occuparsi di ciò che siamo convinti possa condurre alla felicità, tagliando fuori quella che dicono si chiami anima.

Giorgia Miazzo
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